Due precisazioni sul decreto "Dignità…"

Per troppi anni siamo stati abituati a considerare gli impegni presi con i cittadini durante le campagne elettorali niente altro che specchietti per le allodole, cioè un mezzo subdolo per carpirne i consensi senza alcuna reale possibilità di veder realizzato quanto promesso. Questa volta pare che non stia andando così e, mentre chi ha votato giallo verde è due volte contento, chi non lo ha fatto non può certo accusare il Governo di incoerenza, o peggio di inadempienza.
Avevano preso impegno di mettere mano al problema dei migranti e mi pare lo stiano facendo con energia e determinatezza, senza badare troppo ai paludamenti della diplopolitica, con i quali siamo stati lasciati sistematicamente col cerino in mano; lo stanno facendo a dispetto delle critiche, dei moniti e delle evocazioni di un passato francamente poco credibile. Il Consiglio dei ministri ha ora approvato il “Decreto Dignità” e il nomen mi pare calzante. Per quello che è dato leggere a caldo, mi pare proprio che, senza aggravi di oneri per le imprese rispettose delle regole, venga restituita dignità al lavoro ed ai lavoratori. È’ proprio questo il punto, la dignità, cioè il diritto di ogni donna o uomo a vedere affermato e riconosciuto il diritto di rappresentare i propri diritti e principi e mantenerli per se stesso e per gli altri e tutelarli nei confronti di chi non li rispetta.
Ma cosa sta sorprendendo ed allarmando? Principalmente le norme che riguardano i rapporti di lavoro e che, più di altre avevano creato un diffuso sentire di dignità violata o potenzialmente violabile;
La stretta sui contratti a termine, massimo due anni, con obbligo di causale dopo il primo anno e crescente onere contributivo; Maxi indennizzo per le cessazioni illegittime, 36 mensilità. Punizioni per le aziende che dopo aver ottenuto finanziamenti emigrano, creando disoccupazione e danni al mercato.
Apriti cielo: “un decreto che ammazza il lavoro”; “il governo mette i bastoni fra le ruote”; attenzione a non distruggere i posti di lavoro “o” un governo di destra che fa cose di sinistra”; “un Governo che ridà’ i diritti dopo 10 di buio” e così proseguendo. In realtà il così detto “decreto dignità” fa rivivere alcune norme, attualizzandole, che hanno contribuito alla crescita ordinata del nostro Paese prima che divenissero obbligatorie le definizioni inglesi.
Che il rapporto di lavoro a tempo indeterminato si dovesse intendere come forma comune del rapporto di lavoro subordinato lo ha sancito il nostro codice civile all’ art 2097,dal 1942 al 1962 , anno di entrata in vigore della prima legge sui contratti a tempo determinato,che ammetteva alcune ben motivate e specificate deroghe, eludendo le quali il contratto si trasformava a tempo indeterminato, con tutte le conseguenze del caso.
Anche in piena era di rottamazione di tutto il passato, si è sentito il bisogno, verosimilmente con un colpo di mano degli uffici legislativi del ministero del lavoro,non certo per scienza o volontà del ministro Poletti, di ribadire all’art 1 del dlgs 81/2015, che il rapporto di lavoro a tempo indeterminato costituisce ” la forma comune” del rapporto di lavoro.
Con questa cultura giuridica e con questo affidamento sociale l’Italia è cresciuta ed ha prosperato: con le regole,le eccezioni e le sanzioni; non certo con la sfrenata deregulation che ha consentito di taroccare percentuali e statistiche, riuscendo a far apparire “la luna nel pozzo”.
Che, dopo aver ricevuto finanziamenti pubblici non si potesse sbaraccare e andarsene a casa o all’estero è stata per decenni la precondizione per ottenere un aiuto; i beni, le strutture, le attrezzature erano gravate di un vincolo di destinazione nel tempo e nello spazio, ineludibile. Quindi dov’è lo scandalo per la preannunciata lotta alle delocalizzazioni? Può piacere o non piacere ma questa è una riscoperta delle regole che la gente normale e per bene voleva. Per questo ha votato e questo pretende venga fatto.