Stessi personaggi e nuove voci: Il Re Leone torna al cinema vent’anni dopo

Vittoria Fonzo

“Ricordati chi sei”. Mufasa pronunciava queste parole per la prima volta nel 1994, quando nelle sale di tutto il mondo usciva una delle pietre miliari del Cinema d’animazione, il classico – ora più che mai intramontabile – Disney “Il Re Leone”. La battuta iconica venne doppiata da uno straordinario Vittorio Gassman nella sua prima versione e oggi, a più di vent’anni di distanza, è stata reinterpretata dall’ormai leggendario Luca Ward (doppiatore di Russell Crowe, Il Gladiatore).

Il Re Leone è infatti tornato al cinema, nelle sale italiane dal 21 agosto scorso, in vesti del tutto nuove e mai così moderne. L’ennesimo remake Disney questa volta dà in pasto ai suoi fan più nostalgici, e non solo, un esperimento: un rifacimento fotorealistico di animazione computerizzata della storia di Simba.

Attraverso le più avanzate e complesse tecnologie, la Disney ha puntato a mettere in scena un film d’animazione dalla grafica insuperabile, completamente realistica. E c’è riuscita. Il film si spaccia perfettamente per un documentario: ogni animale, dal nerboruto leone all’impercettibile formica, prende vita e ci appare vero. Ed è facendo sì che la finzione si confonda con la realtà che il film pone rimedio al suo più grande e fastidioso neo: il doppiaggio.

Mentre una vena pulsa sul dorso di Mufasa e le luci crepuscolari tingono l’ambientazione, persuadendoci- anche se solo per un istante- di essere nella Savana africana, ecco che gli animali parlano e il sortilegio svanisce. Il doppiaggio è sempre un’operazione complessa, più che mai se chi di dovere si ritrova costretto a dar voce a degli animali anziché a dei personaggi. Prediligendo un puro realismo all’espressività del disegno, il film perde parte di quell’eloquenza e vigore che hanno fatto del primo Re Leone un capolavoro. Sia in lingua originale che in italiano, infatti, il parlato, nella nuova versione, non risulta mai in sincrono con il labiale dei protagonisti. A troncare l’iperrealismo della fotografia arriva quindi l’audio, unico vero scivolone del film, che azzoppa la narrazione e che riporta immediatamente lo spettatore sulla poltrona del cinema.

Una volta accettato questo “inconveniente”, a determinare la riuscita della pellicola torna a essere, come di regola per ogni film, la scelta dei doppiatori. Dopo Gassman non era facile prestare la voce a Mufasa senza tradire le aspettative, ma Luca Ward non delude.  Una voce bassa, ricca di intensità, capace di trasmettere- di nuovo- la tensione emotiva di cui era pregnante il primo Mufasa e, insieme, di stemperare il fastidio visivo del fuori sincrono. Tutta l’esperienza e le capacità di Ward si ritrovano in questo film perché grazie alla sua voce ci reimmettiamo nella storia e ci viene restituito il sogno. Purtroppo, non riescono nella medesima operazione gli altri nostri protagonisti. Sia per la versione inglese che per quella italiana sono state infatti prediletti volti a voci note. Nella versione originale è Beyoncé a doppiare Nala (da adulta) e l’attore e cantante Donald Glover Simba (adulto). Entrambi ben si sono prestati al compito affidatogli, riuscendo a regalare una buona performance recitativa oltre che canora. Per l’edizione italiana sono invece stati chiamati Mengoni (Simba) ed Elisa (Nala). Nel primo doppiaggio italiano del ’94 a dar voce ai protagonisti furono quattro persone diverse: per ogni personaggio c’era una voce per il canto e una diversa per i dialoghi. La scelta di Mengoni ed Elisa è stata molto discussa e le critiche contro di loro sono apparse per lo più prevenute. I due fanno una “nuova”, e non meno degna, versione della canzone da Oscar di Elton John e Tim Rice (Can You Feel The Love Tonight) osservando testo e arrangiamento originali, riuscendo in un’operazione complessa (così come non è avvenuto per altri remake). Tutto il film si mantiene fondamentalmente fedele al suo originale. Forse memori del monito di Mufasa- “Ricordati chi sei” – si è scelto di snaturare solo la forma della storia, e mai i suoi contenuti. Mengoni ed Elisa, tuttavia, sembrano non essersi ricordati di essere solo, seppur capacissimi, dei cantanti. La loro resa canora è apprezzabile, mentre altrettanto non può dirsi di quella recitativa che risente pesantemente della loro inesperienza nel doppiaggio.