C’era una volta a… Hollywood, Tarantino e la favola del cinema…

Vittoria Fonzo

Uscito nelle sale italiane il 19 settembre, il nono film – e quindi penultimo secondo le passate dichiarazioni- di Quentin Tarantino ha un unico grande protagonista: il cinema. Il racconto corale messo in scena in questa nuova pellicola celebra e rievoca le atmosfere e le contraddizioni della Hollywood degli anni Sessanta, svelando piccole e scomode verità del fantasmagorico mondo delle star.

Abituati a guardare lo star system da una lente esterna, fatta per idolatrare e mitizzare i personaggi del cinema e i suoi interpreti, “C’era una volta a…Hollywood” racconta la favola dietro la realtà dei fatti.

Rick Dalton (interpretato da Leonardo Di Caprio) è l’attore protagonista di questa narrazione, un’ ex stella della televisione che tenta il grande passo nel Cinema e che vive all’ombra- oltre che accanto- di miti più grandi di lui. I suoi vicini di casa sono Roman Polanski e Sharon Tate (Margot Robbie), regista e attrice emergenti davvero esistiti in quegli anni. Un dato noto ma non scontato per il pubblico, specie quello più giovane, che vuole vedere il film. Per capire e apprezzare la storia che Tarantino ha deciso di raccontare occorre infatti conoscere i dettagli della vicenda che ebbe come protagonista la coppia di divi.

Era la notte del 9 agosto 1969 quando la giovane e promettente attrice di Hollywood, Sharon Tate, venne uccisa nella propria villa a Beverly Hills. La donna, di soli ventisei anni e che all’epoca era all’ottavo mese di gravidanza, venne assalita dalla banda di Charles Manson- la cosiddetta “Family”- in compagnia di tre suoi amici, anche loro brutalmente trucidati quella notte. Gli assassini vennero, dopo mesi di indagini, riconosciuti come membri di una comunità hippie manipolata dalla mente criminale di Manson e da lui indotta alla violenza. Il massacro di una delle star emergenti di Hollywood e dei suoi amici, lì per farle compagnia mentre il marito- anche lui sulla cresta dell’onda- era via per lavoro, ebbe un impatto mediatico senza pari in America, diventando uno dei casi di omicidio più celebri in tutto il paese.

A partire da questa tragica vicenda, Tarantino crea un inno al Cinema e ai suoi attori, non solo quelli, dal volto noto, che si fanno interpreti dei personaggi ma anche tutti coloro che lavorano e collaborano alla realizzazione di un film, – ad esempio Cliff Booth (Brad Pitt), lo stuntman e contro figura di Rick Dalton- senza mai svelarsi. Come in Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, in cui il Lettore inizia di volta in volta un nuovo libro dovendone poi interrompere bruscamente la lettura, anche in “C’era una volta a… Hollywood” il nostro attore protagonista realizza scene, ci fa vedere spezzoni di film, per poi troncarli improvvisamente. Ci vengono mostrati gli errori dietro un’interpretazione magistrale, gli infiniti “azione” e “stop” dietro una scena ben congegnata e il complesso e duro lavoro fatto per pronunciare una sola battuta. Vediamo gli ingranaggi della macchina cinematografica e scopriamo quanto di vero ci sia nel processo di produzione della finzione. E tutto questo all’interno di una cornice storica che ci riporta al caso di Sharon Tate. Il film vuole proporre, – così come richiamato dal titolo- da un lato, la favola dietro la storia e, dall’altro, svelare tutto quello che non c’è di favoloso nel mondo di Hollywood. Nasce così un nuovo capolavoro e un nuovo genere: quello della favola “tarantiniana”.