The Irishman: (forse) l'ultima epopea gangster di Scorsese

Dal 4 novembre è finalmente disponibile il nuovo film di Martin Scorsene, prodotto da Netflix e distribuito sulla piattaforma dopo solo due giorni nelle sale cinematografiche. The Irishman, tradotto”l’irlandese”, è il nuovo- e forse ultimo- film del regista sul mondo gangster dell’America anni Sessanta.

Pubblicizzata per mesi, la pellicola ha creato intorno a sè grande fragore ancora prima dell’uscita. Si preannunciava essere un compendio dei “gangster-movie” americani, con protagonisti gli attori che ne hanno fatto la storia, tra cui: Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, interpreti di alcuni dei criminali più iconici del cinema. In questo nuovo racconto, incarnano personaggi realmente esistiti, che hanno giocato – come mostrato nel film- un ruolo fondamentale nell’America del dopoguerra.

Il film è il più lungo mai realizzato da Scorsese (tre ore e mezza) e ha richiesto 108 giorni di riprese. Il regista ha dichiarato che la durata ha l’obiettivo «di accumulare dettagli, così da raggiungere l’effetto desiderato alla fine del film». In queste tre ore vengono ripercorsi più di cinquant’anni, dal 1949 al 2003, attraverso la prospettiva di uno dei protagonisti: Frank Sheeran, un irlandese che si occupa di imbiancare case. Nel gergo mafioso imbiancare significa imbrattare le pareti con il sangue delle proprie vittime. Frank (interpretato da De Niro) è un reduce della campagna d’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale che, a seguito del suo incontro col boss di Filadelfia Russell Bufalino (Joe Pesci), diventa un imbianchino professionista (un killer). A raccontarci la sua storia e quella americana degli anni Cinquanta è un Frank ormai anziano, rimasto solo in una casa di riposo e reduce da quel mezzo secolo di violenze e crimini, diviso tra il lavoro sporco della malavita e la militanza nel sindacato trasportatori assieme a Jimmy Hoffa (Al pacino), personaggio che come gli altri è realmente esistito.

Il resoconto storico che ne esce fuori ha il passo vecchio e lento del suo narratore. Il film manca di dinamicità e la narrazione a volte risulta noiosa, ma ne guadagna l’elemento emotivo. I crimini, di cui ci racconta lo stesso esecutore, non appaiono come frutto di puro calcolo e business, ma come operazioni spietate dal valore -anche- sentimentale. Frank si racconta, svela le dinamiche di potere del tempo e gli omicidi commessi, ma quando arriva il momento di parlare con la polizia si chiude nel silenzio rivelando il vero e unico legame di cui è capace: quello col suo boss, la sola persona a cui è dovuta fedeltà assoluta (anche da morto).

Scorsese aveva dichiarato recentemente, in merito all’Universo cinematografico Marvel, che «non c’è più un cinema fatto da esseri umani che provano a trasmettere emozioni ed esperienze psicologiche ad altri esseri umani». Forse per questo “The Irishman” si fa espressione dell’umanità criminale, dedicando intere scene all’elemento emozionale piuttosto che all’azione. Una scelta probabilmente poco digeribile dal pubblico di Netflix e che in qualche modo rappresenta una forma di esalazione dei gangster-movie. Il racconto di solitudine e decadimento portato avanti nel film sembra infatti riferirsi, non solo al declino del suo protagonista, ma alla fine di un’era del cinema. Una conclusione delicata e sentimentale per il filone cinematografico che più di tutti si è basato su crudeltà e sangue e che ora, grazie a questa fine, appare più autentico.