“Hammamet”: il film è su Craxi ma il vero protagonista è Favino

Ambientato in Tunisia e incentrato sulla dimensione umana piuttosto che quella politica, “Hammamet” è il nuovo film di Gianni Amelio su Bettino Craxi con protagonista Pierfrancesco Favino.

Il film racconta gli ultimi mesi di vita del Presidente dopo aver lasciato l’Italia a causa di una condanna per corruzione e finanziamento illecito con sentenza passata in giudicato. La storia si focalizza sulla sfera privata di Craxi e gli eventi pubblici della sua vita politica vengono lasciati nell’ombra. Per questo, nessuno dei personaggi- compreso Craxi stesso- è chiamato con il suo vero nome. L’attenzione è tutta sulla caduta e i tormenti di un uomo al crepuscolo e a impersonarlo c’è un Favino davvero portentoso. Ci si dimentica subito la sua presenza di attore e si assiste disarmati a un’interpretazione da oscar che nasconde perfettamente il suo artificio. Ma il tutto è tanto vero da risultare noioso.                                                                                                              

L’espediente cinematografico detiene un’eloquenza di cui la realtà è priva, per cui un racconto altrimenti tedioso riesce a sedurre lo spettatore. Nonostante una magnifica prova recitativa, questo non accade in Hammamet. Il trucco è efficace, riesce a trasformare Favino in Craxi, ma a volte- complici luci sbagliate e prospettive scomode- ne è evidente la presenza e infastidisce la visione. Il film, poi, è troppo discreto, ha come protagonista un politico ma di politica non si parla, fa riferimento a un periodo storico fondamentale per l’Italia ma non ne affronta le controversie e ne offusca alcuni dati storici esuli da ogni forma di interpretazione.

Per dirne una, Craxi non è mai stato “in esilio”, era latitante. Si sottrasse consapevolmente alla legge e questo fatto viene taciuto. Il politico ci appare come un uomo, vecchio e solo – condizioni portate allo stremo per edulcorare il sentimento di biasimo che altrimenti nascerebbe nei suoi confronti – abbandonato dal suo Paese e lasciato a morire tra rancori e fantasmi.

Craxi il suo Paese lo lasciò volontariamente dopo averlo tradito e anche questo è un fatto. Molti altri sono gli elementi travisati dal racconto filmico che ha voluto orientare la narrazione sull’umana compassione per la malattia e la morte di un uomo un tempo potentissimo. Ma per questo la storia appare amputata, come se gli mancasse un arto fondamentale per potersi muovere liberamente in quella che è la vita prima di tutto di un politico e poi di un uomo. Il pietismo che emerge verso il declino di Craxi risulta sterile, di gran lunga più interessante e utile sarebbe stato vedere la storia del politico piuttosto che il disfacimento di un uomo come possono essercene tanti altri. A rischio di risultare prevedibile, per chi quella storia la conosce bene perché l’ha vissuta e chi invece non ne sa nulla, assistere a una trasposizione autentica di Craxi e del suo PSI avrebbe lasciato una testimonianza importante nel cinema italiano.

Il film paga il prezzo della prudenza e del rispetto tenuti verso la memoria di un uomo, sceglie di rimanere imparziale- se non quando concede miti lodi al Presidente- e si perde nel mare magnum delle occasioni mancate. La sua più grande qualità rimane Favino ma, nonostante la performance memorabile, la storia non ricorderà “Hammamet”, forse anche come forma di ripicca verso un film che della storia ha deciso di fregarsene bellamente.