"Piccole donne" torna al cinema, ne valeva la pena?

Un classico è tale perché riesce a essere sempre attuale, nonostante i tempi e i canoni di valutazione mutino incessantemente appare sempre moderno. Non importa quante volte lo si rilegga (o riveda), il classico non stanca mai perché ogni volta svela qualcosa di nuovo, continuando a sorprendere.

Un tempo spettava alla critica annoverare un’opera tra i classici, ma oggi questo potere è passato al pubblico (lettori e spettatori che siano). Giudici passati e presenti hanno però consacrato all’unanimità “Piccole donne” – romanzo del 1868 di Louisa May Alcott- come un classico della letteratura e del cinema. Lo dimostrano i numerosissimi adattamenti fatti per la televisione e le cinque – dal 1918 al 2020- trasposizioni cinematografiche realizzate fino ad ora. Il passaggio nelle sale di “Piccole donne” ha scandito periodicamente la storia del Cinema, prestandosi come contenitore delle istanze e delle mode del tempo e soddisfacendo di volta in volta il gusto del pubblico.

 Nel 2020 “Piccole donne” torna al cinema diretto da una donna, la regista di Lady Bird (2017) Greta Gerwig, e cerca di figurare la nuova generazione femminile, la più graffiante finora trasposta. Quella del #MeToo, della body positive, di Freeda, di Michelle Obama, di Greta Thunberg e Sanna Marin. Una generazione di donne risolute, travolgenti e autorevoli che stanno cambiando il mondo intorno a sé e che non lasciano spazio a piccole donne in cerca di rivalsa.

L’intramontabile storia delle sorelle March cerca di immettersi in questo frangente storico dominato da grandi icone femminile e lo fa con un cast stellare, con alcuni tra gli attori più abili e amati del momento: Saoirse Ronan interpreta Jo, Emma Watson è la sorella maggiore Meg, Laura Dern è Marmee March, Timothée Chalamet è Laurie e Meryl Streep veste i panni della temibile Zia March.  

piccole donne cinematographe.it

Questo nuovo adattamento sceglie di abbandonare la linea narrativa sequenziale del romanzo e racconta la vita delle ragazze March nell’età adulta. Il regolare flusso temporale viene spezzato da una serie di flashback che mostrano il periodo di giovinezza delle sorelle mentre il punto di vista narrante è sempre quello della più impetuosa tra loro, l’aspirante scrittrice Jo March. Nella sequela di episodi e immagini in cui passato e presente si sovrappongono, tra cauti rinnovamenti e alterazioni stilistiche, il classico della Alcott torna a prendere vita.

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Fondamentalmente fedele al romanzo, il film si discosta da esso solo per migliorarne alcuni degli elementi più deboli: Jo non è più l’eroina ottocentesca della Alcott e incarna una ragazza contemporanea in cerca dell’autosufficienza, il rapporto tra sorelle è portato in scena in modo autentico e sconvenientemente esuberante e lo spirito femminista che appena soggiace nel romanzo emerge visibilmente attraverso la presa di posizione delle sue protagoniste, che rivendicano ognuna i propri desideri così come non era lecito nell’Ottocento.

La Ronan fa del personaggio di Jo una persona, vera, contraddittoria e piena di ombre, emblematica di una condizione insita del genere femminile. Le donne vengono portate a credere che l’amore sia tutto ciò che conta e per questo indotte a cercare un compagno che possa renderle felici. Jo si oppone a questo sistema ma alla fine della storia- come tutti sanno- il suo happy ending comprende l’innamoramento. Nell’Ottocento il successo di un personaggio femminile – ossia scrivere e vedere pubblicato il proprio romanzo- non poteva non prevedere anche il matrimonio, ma nel 2020 questo coronamento amoroso appare superfluo e svilente.

Il film non priva gli amanti del classico del suo finale: Jo si mette col professore impacciato e belloccio – o forse è solo il suo personaggio romanzato- e realizza il suo sogno di scrittrice. Mettere mano alla conclusione e tagliarne una parte sarebbe stato troppo sfacciato e avrebbe senza dubbio sollevato molte critiche – “i classici non si toccano” – e quindi con un “doppio” finale accontenta un po’ tutti, progressisti e classicisti. Del resto il lieto fine “canonico” di Jo March è oggi più che mai anacronistico.

Il film è un delicato e irriverente racconto corale al femminile, la regia è impeccabile e gli attori perfetti, ma come classico sembra perdere la sua sfida contro il tempo. Ciò che era dirompente nell’Ottocento non può certamente essere sovversivo oggi. Un finale che- seppur di immaginazione- si piega ancora una volta (di troppo) ai dogmi e in cui le donne raggiungono la felicità solo dopo essersi innamorate non può più andar bene. Per tornare a stupire e ricominciare a dire qualcosa di nuovo, serve stravolgere i classici indiscutibili dall’assetto antiquato, rinnovare il cinema intorpidito fatto di continui remake e revival e rivoluzionare le storie ormai obsolete.

Questa nuova versione, seppur compiacente- come le precedenti – si infiltra sono in parte nella contemporaneità e perde l’originario (ottocentesco) vigore del romanzo. Nonostante l’esubero di belle pellicole, “Piccole donne” ritornerà nelle sale anche dopo questo – ennesimo- adattamento, ma perché il cinema possa preservare e restituire nel tempo il valore, la foga e l’audacia del grande classico bisognerà che smetta di ritrarre donne piccole.