Il fenomeno social al tempo del coronavirus? Lo Zoombombing che però “soffre” le incursioni di estranei…

Nell’era del COVID 19 le nostre abitudini e la nostra società  muta e si trasforma probabilmente anche senza la pandemia si sarebbe arrivato allo stesso risulta ma bisogna ammettere che l’emergenza sanitaria, come in passato hanno fatto le guerre e le grandi invenzioni della storia, sta imprimendo un’accelerazione inaspettata a quel cambiamento di per sé inevitabile. Dovendo restare chiusi in casa, le attività che prevedevano meeting o riunioni si sono trasferite dall’ufficio del dirigente alle piattaforme virtuali cosi come  le lezioni, dall’aula di liceo a una videochiamata di classe o gli esami universitari, gli incontri in libreria, i concerti e le più disparate conferenze incluse quelle del premier Conte sono diventate virtuale .Tra i sistemi più utilizzati per collegarsi in video c’è Zoom, applicazione utile per per incontri e meeting individuali così come per riunioni con una platea numerosa, ma poco conosciuta prima della pandemia, ma già molto apprezzata. Tra le peculiarità che rendono Zoom l’applicazione più utilizzata  rispetto alle comuni piattaforme di videochat, vi è  la condivisione integrata dello schermo e la possibilità di aggiungere alla conversazione fino a 1.000 utenti conteporaneamente. La società di analisi dei dati SensorTower sottolinea come si sia passati dal 6,2 milioni di download di Zoom nel mese di febbraio ai 76 milioni di marzo: 1.126% in più nel giro di 30 giorni. Incursioni in videoconferenze e chat private, organizzate o spontanee, stanno causando non pochi problemi alla piattaforma più scaricata del momento.

Ma come ogni innovazione che si rispetta deve convivere con il“zoombombing”.

Lo “zoombombing” è un fenomeno che minaccia gravemente il già fragile tentativo di trasporre online, tutte le attività che prevedono meeting o riunioni che prima del Covid-19 si svolgevano di persona, che consiste nell’atto di intromettersi in una videochat di gruppo senza essere stati invitati, generalmente per provocare una reazione nei partecipanti. Addirittura gia si registrano interruzione della videoconferenza  attraverso la condivisione del proprio schermo che mostra video violenti o pornografici».

Le incursioni, nate come un normale scherzo preparato in modo homemade, stanno  diventando una specie di fenomeno social che rievoca comportamenti online del passato recente: anche su Facebook e altre piattaforme più conosciute di Zoom, qualche anno fa, si iniziarono a registrare “invasioni” di questo tipo.

Una ricerca del New York Times ha scoperto la costituzione di vari gruppi di persone organizzati per intromettersi nelle videochiamate su Zoom con decine di account Twitter e numerosi forum su Reddit e 4Chan consultati da migliaia di persone per condividere i link con i codici di accesso alle videoconferenze private.

Si sta mettendo in moto qualcosa che va ben oltre lo scherzo innocente, tanto che la stessa Fbi negli Stati Uniti ha diramato un comunicato per invitare i cittadini a fare attenzione: il rischio, oltre all’intralcio dell’attività in corso, è che qualcuno acceda a dati e informazioni private.

Probabilmente la piattaforma fondata nel 2011 da Eric Yuan non era preparata a tutto questo: dall’enorme flusso enorme di utenti da gestire all’incredibile visibilità mondiale. «Mi dispiace profondamente – ha dichiarato il fondatore e ceo Yuan – di non essere all’altezza delle aspettative della nostra comunità e degli standard di privacy e sicurezza».

Nel post pubblicato sul sito di Zoom lo scorso primo aprile, Yuan ha aggiunto che avrebbe destinato tutte le risorse della società per risolvere i problemi relativi alla privacy, bloccando di fatto l’aggiunta di nuove funzionalità per i successivi tre mesi. Anche il Chief product officer di Zoom, Obed Gal, si è scusato pubblicamente: in un primo momento, la piattaforma aveva dichiarato di offrire agli utenti un sistema di crittografia end-to-end – lo stesso di Whatsapp, per intenderci. In realtà la tecnologia utilizzata da Zoom permetterebbe all’azienda di accedere ad alcune informazioni degli utenti attraverso i propri server. «Anche se non abbiamo mai avuto intenzione di ingannare nessuno – ha dichiarato Gal -, riconosciamo che esiste una discrepanza tra la definizione comunemente accettata di crittografia end-to-end e l’accezione che, invece, davamo noi».

Ci sembra scontato ricordare che chi fa incursione nelle conversazioni altrui commette un reato informatico, anche se ogni caso va guardato con estremo dettaglio, ma ci sono almeno due fattispecie di reato da valutare. La prima è quella dell’accesso abusivo a un sistema informatico, perché l’incursione è integrata da una condotta che, di fatto, prevede l’accesso a un sistema protetto da link, anche se non cifrato. E c’è la volontà di arrecare un danno o un profitto. L’altra fattispecie è il trattamento illecito di dati personali: chi si intromette in una conferenza o in una chat va a trattare dati per i quali non ha l’autorizzazione. Il consiglio meglio non fare scherzi da Zoom.

SA.MI.