Bellanova e quelle lacrime di umanità figlie di una politica appassionata

In diretta nazionale, ieri sera, il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha comunicato le linee guida del “decreto rilancio”, il testo contenente bonus e agevolazioni per far ripartire le imprese italiane dopo questo periodo di fermo imposto dall’emergenza sanitaria.

Allo stesso tavolo del presidente Conte si sono sono seduti i rappresentanti delle forze che sostengono l’esecutivo tra cui il ministro per l’agricoltura, Teresa Bellanova.

Dopo aver comunicato lo stanziamento di oltre 1 miliardo per le attività agricole a  sostegno della «filiera della vita» e di 250 milioni per i “nuovi indigenti”, senza nascondere la propria commozione, l’esponente di Italia Viva ha voluto sottolineare, «Quello che per molti può essere considerato un punto accessorio ma che per me e per la mia storia è un punto fondamentale».

Impartendo una grande lezione di umiltà ed umanità al Paese e alle forze politiche che lo governano, lacrime agli occhi, il ministro Bellanova ha parlato dell’Art. 110 bis riguardante l’emersione dei rapporti di lavoro nei campi italiani, comunicando l’intenzione del governo di regolarizzare, «Quelli che fino ad oggi sono stati brutalmente sfruttati nelle campagne e nelle false cooperative».

«Per la scelta che ha fatto questo governo, da oggi gli invisibili saranno meno invisibili», ha affermato Bellanova, «Da oggi possiamo dire che lo Stato è più forte del caporalato».

Immediate sono state le reazioni delle forze politiche di colore opposto che hanno accusato il ministro Bellanova di preoccuparsi di più per la sorte di alcuni immigrati che di quella dei lavoratori italiani, danneggiati dalla crisi dovuta all’epidemia.

Teresa Bellanova è nata in provincia di Brindisi, ha abbandonato gli studi dopo la licenza media per andare a lavorare nei campi e giovanissima è entrata nelle organizzazioni sindacali dei braccianti per combattere proprio la piaga del caporalato.

A differenza di molti, Teresa Bellanova sa di cosa parla, ha esperienza diretta dei problemi che ruotano attorno al complesso mondo dell’agricoltura e ha visto con i suoi occhi uomini e donne, dalle origini più disparate, consumarsi di lavoro sotto il sole cocente di una campagna a loro estranea, al solo scopo di guadagnarsi un tozzo di pane.

Stando nei campi, i nostri campi, a fare quel lavoro che quasi nessun italiano vuole più fare, il ministro avrà visto probabilmente tanti esseri umani soffrire la fame e gli stenti di una vita che non dovrebbe essere riservata a nessuno. Questi “stranieri” li avrà visti, alle 4 del mattino, stipati sopra a dei furgoncini pieni come un carro bestiame, senza diritti, senza tutele, praticamente senza esistere e senza esistere probabilmente alcuni li ha visti morire.

Ecco, è per questo che oggi, a prescindere dal nostro colore politico dovremmo alzarci in piedi e applaudire questa donna, che con coraggio e senza bisogno di alcun titolo ha impartito a tutti una lezione immensa di umanità, ricordandoci che la buona politica è frutto della passione, quella passione che a volte fa piangere.