Magnifico Rettore, mi creda, sono profondamente delusa: sulla laurea…

Riceviamo e pubblichiamo la lettera accorata di una studentessa laureanda in Giurisprudenza.

Magnifico Rettore, era il 22 maggio 2020 quando nel tardo pomeriggio i rappresentanti degli studenti comunicarono la decisione appena presa da Lei, di concerto con gli altri Rettori siciliani. Il testo pubblicato riportava le seguenti parole: «valuteremo l’andamento della curva dei contagi, sulla base dei quali auspichiamo una riapertura delle università, per esami e sedute di laurea, nel mese di luglio».

Sono una studentessa laureanda della facoltà di giurisprudenza, non rientra quindi tra le mie competenze l’interpretazione nel merito dell’andamento epidemico in Sicilia, ma l’oggettività dei dati è cosa evidente anche ai meno esperti. Per questo motivo, un mese dopo quel fatidico giorno, messe da parti emozioni e desideri strettamente personali, ero quasi convinta di rivedere le porte della mia facoltà nuovamente aperte. Con responsabilità, organizzazione e attenzione, ma aperte.

Oggi l’attesa paziente ha lasciato il posto ad una profonda delusione mista a tanta rabbia.

Non pretendevo un’apertura indiscriminata che non tenesse a mente quanto il Paese ha dovuto passare, ma essendomi stato nuovamente consentito vivere una “controllata normalità”, immaginavo che questa includesse anche la possibilità di condividere con i miei parenti il giorno della mia laurea, e non davanti ad un computer, dentro le mura di casa, ma nella mia facoltà attorniata dal calore e dai sorrisi orgogliosi della mia famiglia.

Evidentemente, però, non per tutti il mio diritto, profumatamente pagato, include anche quanto ho appena detto. La didattica a distanza è stata un ottimo surrogato, ma tale deve rimanere.

E’ inammissibile vedere che mentre un Paese intero riapre, riparte e si organizza, per le Università l’unica cosa che si è in grado di fare è rimandare ogni decisione a settembre vantandosi con quella che anche agli occhi ingenui di un bambino si mostrerebbe per quel che è realmente, una finta apertura.

Agli studenti universitari viene data la possibilità di scegliere tra la laurea versione casalinga, in cucina, con parenti e amici che liberamente possono recarsi nelle abitazioni di chiunque, e la laurea tradizionale, in facoltà, davanti alla commissione, purché, in quest’ultimo caso, non vi siano più di 4 familiari per ciascun candidato, quasi come a dire che il rischio contagio aumenta drasticamente dentro le aule universitarie e non dentro i ristoranti o le discoteche in cui, dopo, si potrà andare senza avere neanche il difficile compito di selezionare i familiari fortunati che potranno farti compagnia. Un’università pubblica, che all’anno costa tanto quanto una privata, che rende più appagante la laurea smart, per me, ha fallito.

Fatico a trovare la ratio di una simile decisione, fatico a capire dove sia la difficoltà di organizzare una seduta di laurea in presenza, fatico a credere che in un’aula magna non sia possibile accogliere un numero di familiari che non suoni di presa in giro, ma che consenta la condivisione di una gioia immensa come quella del conseguimento del titolo di laurea in piena sicurezza, fatico a credere che le chiese, i cinema, i teatri, i ristoranti, le discoteche, i negozi di abbigliamento, i centri commerciali, i centri ricreativi per bambini abbiano trovato la chiave per ripartire, mentre le strutture universitarie brancolano ancora nel buio, nascondendosi dietro questa tanto (forse troppo) elogiata didattica a distanza. Fatico a credere che per mesi si è sentito parlare di runner, di aperitivi, di parchi, e mai una parola è stata spesa per le università e per i suoi studenti che hanno diritto di ripartire tanto quanto un commerciante.

Decidere significa assumersi delle responsabilità.

Evidentemente è questo che manca, il coraggio di decidere. La voglia di andare in vacanza e rimandare tutto a settembre prevale. Non è questa la sede per elencare tutte le modalità concrete che consentirebbero una seduta di laurea degna di esser chiamata tale, organizzata e celebrata in piena sicurezza, anche perché basta farsi un giro per la città per vedere come il resto del mondo si è organizzato tra misurazione della temperatura all’ingresso e sanificazione degli abiti. Eppure sembra che lì, nei tavoli dove tutto viene deciso, ci sia bisogno di questo, perché sembra tanto difficile pensare ad una suddivisione in fasce orarie dei candidati così da evitare il contatto con nuclei familiari diversi dal proprio. No, è vero, questo implicherebbe ore di lavoro in più, meglio farli laureare da casa e lasciar che siano le case a riempirsi di 20 parenti.

Un Paese che non riparte dalla scuola ha perso ancora prima di cominciare la sua corsa.

Sarei proprio curiosa di sapere come è stata raccolta l’opinione degli studenti circa la didattica a distanza se io che provo ad avviare un dialogo da maggio non ho mai, e ripeto, mai ricevuto risposta.

Vorrei che si abbandonassero per un momento le poltrone per entrare nelle aule universitarie e vedere concretamente, non solo il grande impegno e la grande fatica degli studenti, o il sorriso di chi ha finito e frema dalla voglia di essere felice insieme a quelle persone che, durante tutto il suo percorso universitario, lo hanno aiutato, incoraggiato e applaudito ad ogni traguardo raggiunto, ma anche per vedere con i propri occhi e spiegare con la propria bocca, senza nascondersi dietro dettati pubblicati sulla rete, le ragioni per le quali l’aula magna continua ad essere una zona rossa, off limits per gli studenti e i loro parenti, mentre le discoteche no.

Gli studenti, io per loro, non chiedo la possibilità di organizzare un festino privato in aula magna, chiedo coerenza nelle decisioni. Altrimenti suggerisco di organizzare le sedute di laurea e gli esami nelle sale matrimoni dove fino a 200 persone fanno entrare, o addirittura nelle discoteche dove è richiesta solo la distanza interpersonale, tra gente che, contrariamente a quanto avviene tra me e la mia famiglia, non vive sotto lo stesso tetto.

Firmato: una studentessa delusa…