Catania, le 10 domande a Lo Monaco che non avranno mai una risposta…

Le recenti dichiarazioni di Maurizio Pellegrino, neo direttore dell’area tecnica del Calcio Catania, inducono ad una serie di riflessioni sul recente passato del club rossazzurro ed in primis sulla condotta dei massimi dirigenti del sodalizio etneo.

In particolare, sorgono alcuni interrogativi sulla figura dell’ex amministratore delegato di origini campane.

Bisogna ricordare che, a partire dal 2015 – anno della ingloriosa retrocessione per illecito sportivo- gli strali di tifosi ( e non ) si indirizzarono sull’ex proprietario, ma soprattutto sul ” manager ” ( si fa per dire …) argentino che era stato, improvvidamente, definito una ” risorsa ” ( e si vide di che tipo di risorsa si trattava).

Dopo il duo Bonanno – Pitino ( che riuscirono comunque a salvare il Catania dalla retrocessione pur con 11 punti di penalizzazione), la proprietà decise di richiamare il dirigente di origine campana residente in provincia di Messina.

Questi, a differenza del povero Salvini, riuscì ad avere pieni poteri : amministratore delegato e direttore generale.

Questo accumulo di cariche, lungi da portare benefici economici e positivi risultati sportivi (rifletta dunque Salvini…), ha avuto come unico risultato il disastro economico che ha portato al quasi fallimento della società di calcio cara ai catanesi.

Ora, alla luce di ciò, si impongono alcune domande a costui.

Ovviamente domandare è lecito e rispondere è cortesia, e qui casca l’asino perché la cortesia non è tra le principali doti del nostro interlocutore.

Ma non possiamo certo esimerci dal nostro dovere di cronisti.

Ed allora, ecco le domande. 1) Era assolutamente necessario cumulare la carica di amministratore delegato e quella di direttore generale? 2) Quali erano i compensi percepiti per i due ruoli ricoperti ? 3) Perché costituire la “Catania Servizi“ per gestire Torre del Grifo ed amministrare anche questa società? E che fine hanno fatto gli introiti della struttura? 4) Come mai si è dimesso a suo tempo da amministratore delegato ed invece è rimasto in carica come direttore generale? 5) È vero che, prima di dimettersi da amministratore delegato, si è rinnovato per due anni il contratto da direttore generale unitamente a quello di alcuni collaboratori? 6) Perché, adesso che è subentrata una nuova proprietà, correttamente non ha rassegnato le dimissioni dalla carica di direttore generale? 7) Perché, per lo stesso motivo, non si dimette da consigliere federale in quota Legapro ?8) Perché, se è vero che per lui il ” Catania è come un figlio “, non libera la nuova proprietà dal fardello economico del suo sostanzioso contratto biennale?
9) Perché ha mentito sulla reale situazione economica del Club Calcio Catania ? 10) Perché accettò di tornare, visto che si era lasciato molto male con l’ex proprietario e quali  interessi reciproci li portarono a riconciliarsi se poi il risultato è stato quello che si è visto ?

Come si vede si tratta, sullo stile di Giuseppe D’Avanzo con Berlusconi, di 10 semplici quesiti e le risposte farebbero finalmente luce sugli ultimi bui anni della società rossazzurra e potrebbero -specie se arrivassero le doverose dimissioni da direttore generale – consentire alla nuova proprietà di nominare un altro dirigente di fiducia. 

Attendiamo, dunque, le risposte alle domande, ma non ci illudiamo che arriveranno…

Umberto Teghini