La Malaeredità di Maribella Piana, quando la morale fa a pugni col perbenismo…

di Natalie Maida

La scrittrice Maribella Piana, rovistando tra le cose di famiglia, si imbatte in un malloppo di lettere legate da un nastro che, dopo aver letto il suo nome “Maria Isabella”, si sente autorizzata a leggere. Successivamente si accorge che le due a cui sono destinate le lettere, hanno lo stesso nome e a quel punto si rende conto si tratti di sua nonna e della nonna di sua nonna. Infatti, la donna della quale approfondirà la storia e la vita sarà la bisnonna di Maribella Piana, la marchesa Concettina Landolina di Sant’Alfano. È così che nasce “La Malaeredità”: un enigma che perseguita il lettore e che solo alla fine delle ultime pagine svelerà il vero significato del titolo.

L’autrice, anche dei precedenti romanzi quali: “I ragazzi della piazza”, “Cielomare” ed “Emma”, ha presentato il suo nuovo libro all’interno dell’elegante e accogliente Bar Attimi di Sant’Agatali li Battiati (trasformatosi in Caffè letterario), dove è stata “annunciata” dallo stesso sindaco, Marco Rubino, e presentata da Giovanna Caggegi, della libreria Sofà delle Muse.

Si parla di un romanzo ambientato nell’epoca di fine Ottocento e inizi Novecento, in una Sicilia gattopardesca dove i personaggi sono tutti piegati ad un sistema di leggi morali e religiose su cui si fonda la loro esistenza. Sarà la protagonista di questo romanzo ad avere la sfrontatezza di infrangerle con non poche conseguenze.

 “Non riesco a fare la netta distinzione tra quello che mi hanno raccontato e quello che ho scoperto – spiega Maribella Piana – leggendo, chiedendo, trovando anche i suoi vestiti che ho donato al museo di Catania. Dopo tutte le informazioni che ho raccolto non si è trattato di immaginare delle cose, delle storie: perchè io mi sentivo dentro quel vestito, che è anche la copertina del romanzo. Sentivo di aver scritto io quelle lettere. Nel lungo periodo dedicato a scrivere quel libro, io ero Concettina”.

Quale fosse l’atteggiamento nei confronti dei personaggi, è presto svelato dalla stessa autrice: “Si tratta di Malaeredità: l’epoca in cui la morale si confonde con il perbenismo. Le regole sociali, quelle che la stessa protagonista seguiva, erano indistinguibili da quelle religiose. Non solo gli umini ma un po’ tutti escono male dalla storia, in un modo o nell’altro o per qualcosa. La morale era un filo così sottile da non essere neanche percepito. E da questo comportamento non si scappava e nessuno lo potè fare: né uomini, né donne.”

Ma la vera forza su cui poteva avvalersi una donna di quell’epoca era la lettura: “Si dice spesso: non ti innamorare mai di una donna che legge troppo, è la più pericolosa e io adoro essere pericolosa. Concettina scopre sui libri cos’era l’amore. Tanto che quado parla con la madre del suo futuro sposo le svela di non amarlo. La risposta della madre è stata “Io ti ho solo detto di sposarlo…”. La protagonista si rende conto che questo non poteva essere giusto, grazie anche ai libri.”

Nel romanzo il mondo ecclesiastico viene descritto in maniera torbida e inquietante, dove ci sono diverse figure molto forti, come i giovani sacerdoti che circondano il Collegio Pennisi “Quando il collegio non fu più dei preti ma divenne una scuola pubblica io ci ho insegnato per quindici anni e ancora sentivo il freddo del marmo in quel corridoio. Un freddo non solo fisico ma dell’anima. I ragazzi, che avrebbero formato la futura classe dirigente, si dovevano abituare al mondo nuovo, alla compostezza, alla facciata. Questa freddezza è quella che si respirava al Collegio Pennisi.”

Un altro importante tema, trattato a lungo nel romanzo, è la scoperta della fotografia “Io penso che la fotografia sia un po’ come la scrittura: quando inquadri con l’obiettivo viene messo in risalto un particolare che all’occhio umano era sfuggito. Magari guardi un panorama e invece il grande fotografo si concentra sulla foglia morta posata sull’acqua. È questo che ci rimanda al significato di una visione che nella sua complessità non ci dice nulla. La fotografia, come la scrittura, ha bisogno di identificare il particolare, perché quando si racconta una storia è come inquadrare con un obettivo l’espressione dei personaggi del romanzo. Importante al fine di cogliere un messaggio in quel particolare momento: come le sopracciglia della suocera quando scopre il tradimento; come il sorriso e lo sguardo di Giovannino quando scopre l’amore. E non lo puoi scrivere, non puoi usare parole devi solo descrivere l’esatto momento in cui succede”.

In conclusione della presentazione, ci è sembrato doveroso chiedere se Maribella Piana vedesse delle somiglianze tra la società di allora e quella di adesso, seppur velate, dovute ad un’eredità culturale a cui le donne sono incosciamente sottoposte: “La protagonista del romanzo non è né vittima né eroina, come le donne di oggi -afferma l’autrice – siamo vittime ed eroine insieme oppure né l’uno e né l’altro. È  chiaro che la società è totalmente diversa, ma devo fare un appunto ad un certo atteggiamento tipicamente femminile: mi scuseranno le donne presenti, ma ancora oggi mi rendo conto che, come mia madre, quando il mio compagno vaga con lo sguardo sulla tavola alla ricerca di qualcosa, io mi alzo e gli porgo il sale. L’attimo dopo mi darei due pugni in faccia (ride)…”.

L’autrice del romanzo “La Malaeredità” ha ringraziato in particolare parenti e amici che l’hanno sostenuta nel periodo della stesura del libro, elogiando per l’organizzazione anche Andrea Alù, proprietario del Bar Attimi.