Marinai siciliani prigionieri in Libia: chi tratta con Haftar che chiede il rilascio di 4 scafisti condannati a 30 anni?

Prigionieri. Mediazioni difficili. Liberazione complicata. Incredibile, ma vero: due pescherecci della marineria di Mazara del Vallo, sequestrati e presi in ostaggio sulle rive della Libia, a 35 miglia da Bengasi e 18 marinai imbarcati, sono ancora trattenuti a Bengasi. Ma stavolta non appare un sequestro come gli altri, in quanto dopo quasi due settimane i marinai sono ancora in Libia; ma l’aspetto più eclatante che non si conoscono le loro condizioni di salute.

Da qualche ora emergono delle indiscrezioni e dei sospetti che però non sono contornati da alcuna ufficialità. E non può essere altrimenti, visto che con la parte libica che ha sequestrato i 18 marinai delle nuove navi italiane non è ufficialmente riconosciuta da Roma e dunque ogni contatto avviene tramite alcuni ambienti vicini al generale della Cirenaica Khalifa Haftar.

Si fa sempre più insistente l’ipotesi che i 18 marittimi mazaresi e i due pescherecci bloccati rischiano di diventare ostaggi da scambiare con quattro presunti “calciatori“, rinchiusi in realtà in carcere in Italia dopo l’arresto nel 2015 e le condanne a 30 anni di reclusione, sia in Corte d’Assise che Cassazione, con l’accusa di traffico di migranti e omicidio i cui parenti da alcuni giorni stanno manifestando chiedendo la loro liberazione. I quattro libici tutti tra 23 e 25 anni assieme a quattro marocchini, anche loro condannati e tutt’ora in carcere, furono ritenuti responsabili di non aver liberato i 49 migranti, morti, nella stiva dell’imbarcazione

Una richiesta surreale che arriva dalla Libia, con parenti e amici dei marittimi riuniti con gli armatori di “Antartide” e “Medinea”, che sfiduciati dall’operato del Governo italiano, pensano addirittura di rivolgersi alle autorità straniere, Leonardo Gancitano, armatore di Antartide: “Ci siamo resi conto che con quel pezzo di Libia hanno rapporti solo Turchia e Francia, e allora pensiamo di rivolgerci a Macron anziché a Conte“.

Intanto anche il procuratore di Catania, Zuccaro, afferma che si tratta di una richiesta ripugnante: “Altro che giovani calciatori – dichiara il magistrato -.  Non furono condannati solo perché al comando dell’imbarcazione, ma anche per omicidio. Avendo causato la morte di quanti trasportavano, 49 migranti tenuti in stiva. Lasciati morire in maniera spietata. Sprangando il boccaporto per non trovarseli in coperta. Un episodio fra i più brutali mai registrati”.

Questa vicenda s’inserisce nella lunga sequela di ricatti all’Italia che giungono dalla Libia. E’dopo il ricatto dei signori della guerra libici all’Italia “dateci soldi, tanti, e armi, altrimenti vi inondiamo di barconi” bisogna fronteggiare anche gli attacchi di Haftar e non abbiamo equipaggiamento e risorse sufficienti anche per il controllo delle acque, spiega una fonte militare da Tripoli, lasciando intendere che serve altro denaro fresco per fermare le partenze, proprio mentre la nave Alan Kurdi si sta avvicinando alle acque territoriali italiane nessuno più può fermare né salvare i naufraghi.

La “guerra dei barconi” con il ricatto all’Italia, è condotta da coloro che si contendono il territorio, prim’ancora che il potere centrale, in Libia: l’uomo forte della Cirenaica, il maresciallo Khalifa Haftar e il primo ministro del Governo di accordo nazionale (Gna) Fayez al-Sarraj.

Intanto dalla Farnesina si invita al riserbo: contatti e trattative ci sono e non si vuole lasciare nulla al caso, ma anche nel mondo diplomatico è difficile nascondere un po’ di sorpresa per il comportamento delle autorità vicine ad Haftar.