È calato il sipario e i soldi arrivano ai Teatri e non agli attori

Il coronavirus ci sta tenendo sotto scacco, il morale degli italiani è a terra e l’economia del nostro Paese è praticamente in ginocchio. Come vede la situazione il mondo del teatro? Ai microfoni di Sicra Press è intervenuta l’attrice siciliana Carmela Buffa Calleo, proponendo una lettura della situazione attuale e alcuni spunti di riflessione per un nuovo “Rinascimento”.

Che senso hanno i provvedimenti adottati dal Governo? Perchè uno dei settori ad essere stato più pesantemente penalizzato è proprio quello relativo all’industria dell’intrattenimento se diversi dati confermano che il teatro/il cinema, sembrerebbero essere luoghi sicuri?

Questa cosa un senso logico non ce l’ha. È un mondo dominato dal razionale, dall’economia, quello che sta accadendo purtroppo non ci deve stupire. Il teatro ha sempre avuto poco appeal nei discorsi politici, non porta denaro, è un’attività che non importa dal punto di vista economico. Si è perso il ruolo primigenio del teatro. Fare teatro significa innanzitutto fare coscienza collettiva. Oggi questa sembra essere scomparsa, siamo un gregge, più di quanto lo siamo mai stati, dobbiamo prenderne atto. Se io consento alle menti di uscire dal demone della paura, allora creo delle menti libere. Questo non conviene mai al potere costituito. 

Io amo osservare, e quello che osservo mi dice che questa è la realtà che noi abbiamo costruito, siamo rimasti soggiogati da questo sistema, anche il mondo della cultura e del teatro. Dobbiamo però sempre ricordare che il sistema è fatto da noi.Quando ce la prendiamo con un politico, è quella politica ad essere la nostra fotografia, di quello che siamo diventati. La prima cosa da fare è un esame di coscienza personale e “di categoria”, dobbiamo innanzitutto comprendere dove è il mondo della cultura, forse allora un nuovo Rinascimento sarà possibile. Questo può essere il momento della trasformazione… se siamo pronti. 

La situazione complessa in cui il teatro si sta venendo a trovare ne determinerà la morte? L’arte non può morire, il teatro non può morire, è la vita ad essere arte e teatro; muoiono le persone che fanno teatro, che fanno arte. Ma fino a quando diremo che la colpa  è del politico di turno non avremo fatto niente; certamente non dobbiamo stare zitti, bisogna dire quello che non va, bisogna intervenire, ma ricordarci che le responsabilità di chi ci governa sono responsabilità nostre.

Che ne sarà dell’intrattenimento dal vivo? Dove saremo tra un anno, un anno e mezzo, quando tutto questo sarà finito? I teatri sono disposti ad “aspettarci”, a riaprire e accendere nuovamente i riflettori?

I teatri grandi non hanno problemi, ricevono le loro sovvenzioni. I soldi stanno però arrivando ai teatri, non agli attori,  i teatri in questo momento con i soldi che arrivano stanno pagando i loro debiti, ma i lavoratori non stanno sopravvivendo a tutto questo. Quando tutto  finirà sarà difficile ricostruire un rapporto con il teatro, con il pubblico.

Da un punto di vista umano, cosa vuol dire l’astinenza per gli spettatori da quel nutrimento culturale, da quella linfa vitale che è lo spettacolo?

Il problema è che si pensa che questo sia “divertimento”, si è perso di vista che invece è nutrimento dell’anima. Non ci rendiamo conto che ogni piccolo teatro che chiude è un orizzonte che si spegne. E quando dimentichi le piccole imprese del settore che fanno tantissimi sacrifici, hai tolto tantissime possibilità. Per fronteggiare questi rischi bisogna studiare ancora di più, compiere una rivoluzione interiore, altrimenti non andremo da nessuna parte. Abbiamo grandi responsabilità nei confronti delle nuove generazioni, noi oggi più che mai dobbiamo riprendere la nostra funzione di radice. 

L’orizzonte non è incoraggiante, chi vive di questo mestiere sta soffrendo molto, insieme a chi – spettatori – di spettacolo si nutre, bisogna far qualcosa affinchè tutto questo non venga messo in secondo piano. Ma forse c’è una luce in fondo al tunnel…

In questa crisi che stiamo vivendo dobbiamo renderci conto che ormai non si tratta più di categorie, si tratta di essere umani. Giorno 30 parteciperemo ad una manifestazione nazionale organizzando un presidio a Catania, alle 9:30 a Piazza Università. È una  manifestazione che parte dai lavoratori dello spettacolo, ma si può aprire a chiunque perchè siamo persone, dobbiamo riprenderci  la nostra umanità. Questa situazione può farci uscire migliori, dobbiamo smetterla di puntare il dito e dividerci in buoni/cattivi e costruire qualcosa.