Lettera all’Università: “Tutelare chi sta indietro è un obbligo”

Una lettera a cuore aperto indirizzata all’Università di Catania e non solo, scritta dagli studenti Martina Buggea e Giuseppe Munno per dar voce a delle problematiche che molto spesso vengono sottovalutate dalla stessa istituzione che dovrebbe solo garantire sicurezza e crescita. Problematiche che non vengono espresse da chi le vive molto spesso per paura, magari del giudizio altrui o di non essere più visto con gli stessi occhi di prima. Se c’è qualcuno che può intervenire, e fare qualcosa di concreto, è proprio l’Università, e gli studenti la invocano a gran voce.

“Travolti da una quotidianità frenetica che spesso impegna il nostro tempo nella sua totalità, dimentichiamo la consapevole importanza di determinati eventi, trascurando di attribuirvi la dovuta concretezza. Fin da piccoli, genitori, maestre e allenatori ci insegnano a guardare agli obiettivi della vita con scrupolo e dedizione. Il ruolo di educatore consiste, infatti, proprio nell’infonderci, già in tenera età, la cognizione del dovere e del sacrificio. La routine diventa un banco di prova per l’eccellenza, dallo sport alla scuola, nel tentativo di soddisfare le aspettative di chi su di noi ha investito tempo e fiducia. Ci abituano ad affacciarci al mondo come quel posto dove chi non fa la differenza verrà represso. E allora cresce a dismisura la corsa verso il rigore impeccabile, la rettitudine e la disciplina. Giunti all’università ci si avventura in una realtà compromessa da una concorrenza spietata, un’esistenza distorta e innaturale in cui non sempre si è in grado di scorgere la giusta gratificazione in seguito agli sforzi compiuti o la speranza tenace di una realizzazione personale. Ottimismo e caparbietà lasciano in fretta il posto a fragilità e abbandono, la motivazione che generalmente ci sprona a rincorrere i nostri sogni viene soffocata dell’evidenza del fatto che ci sarà sempre qualcuno migliore di noi, qualcuno che con minor fatica raccoglierà i frutti sperati e potrà vantarsi dei propri risultati, qualcuno che con presunzione non perderà occasione di ostentare l’ennesimo 30 a scapito delle nostre insicurezze.

Pochi giorni addietro un amico e collega si è tolto la vita dopo aver coltivato per anni il timore della verità e del confronto, finendo succube di un contesto malato quale quello universitario. Ha preferito rinunciare a se stesso piuttosto che far fronte alla mortificazione dell’essere “in ritardo con le materie” e per lungo tempo ha covato un’insoddisfazione tale da nascondere il suo disagio a chiunque, in primis alla famiglia, alla quale avrebbe di certo voluto dimostrare di possedere quel senso del dovere verso cui da sempre siamo indirizzati. Ma dinanzi ad un’irrecuperabile visione giustiziera di se stesso, condannatosi per i propri fallimenti, ha istintivamente trovato nella morte la scappatoia migliore.

La sua scomparsa ha portato alla luce una cruda verità, di cui spesso si trascura l’entità finché non si è toccati da vicino: l’università è un ambiente tanto gioioso quanto crudele, all’interno del quale si vive e sopravvive secondo le proprie inclinazioni e possibilità, e nel rispetto di ciascun collega, è fondamentale ricordare che il percorso di ogni studente è meramente personale, ha un riscontro diverso da qualsiasi altro e non merita di essere assoggettato a paragoni di alcun genere, tanto meno sul fronte accademico. Noi, che oggi patiamo la perdita di amico, siamo gli stessi che con indifferenza e noncuranza, con una frase sprezzante o una battuta di troppo, gravano sull’autostima altrui. Noi, che dinanzi a un fallimento personale siamo in grado di trovare una giustificazione, siamo gli stessi che senza indugio giudicano e criticano chi non ha superato l’esame a pieni voti o non si è presentato all’appello, preferendo sollevare un polverone piuttosto che essere sensibili all’ascolto di un potenziale disagio del collega. E mentre l’ennesimo dei nostri compagni di studi sale al patibolo, proclamandosi sconfitto prima di giungere alla fine della corsa, l’università si staglia poderosa con tutta la sua ricchezza culturale e le sue ramificazioni istituzionali, ma rimane una spettatrice complice della perdita di uno dei suoi iscritti con un silenzio tanto omertoso quanto grave. Alla luce dei numerosi tragici episodi che si sono verificati in seguito a depressione e insoddisfazione del singolo (quello che citiamo è soltanto la punta dell’iceberg) risulta inaccettabile che un ambiente talmente vasto come quello universitario non disponga di adeguati mezzi di supervisione e vigilanza. Quanti sono i membri di una comunità tanta deve essere la capillarità con cui prendersene cura.

Il fatto che lo studente sia tenuto ad essere autosufficiente non deve oscurare la sua giovane età, la sua inesperienza, che rappresentano sì un incentivo a responsabilizzarsi quanto, però, le impronte di una società da cui è importante ricevere protezione e non prevaricazione, coltivando una sana competitività e non la discriminazione. Siamo tutti figli di un sistema che alla lunga sta mettendo a nudo le sue lacune. Il grado di conoscenza non va misurato dalla quantità di cfu cumulati nè tantomeno dalla velocità con cui questi sono stati ottenuti, bensì dalla partecipazione a ciò in cui si crede e dalla conscienza dei propri risultati. Ecco perché spezzare una lancia a favore di questo argomento deve lasciare emergere dall’ombra tutti coloro che si sono sentiti inadatti, affinché questo sia un messaggio di pura normalità! Che se ne parli, che si esorcizzi il mito del perfezionismo, che l’arretratezza non sia un sinonimo di inferiorità ma che diventi un pretesto per fare squadra. È molto meglio un mondo di fuori corso che collaborano, piuttosto che uno di egocentriche lodi.

Dinanzi a tutto questo diciamo basta, basta farsi forti degli insuccessi altrui per portarsi una spanna avanti, basta credere che le parole non abbiano peso tanto quanto i fatti, basta paragoni che incutono il terrore di non essere all’altezza. Siate voi stessi, sempre, nel rispetto di ogni individuo. Abbiate contezza delle vostre responsabilità quando rivolgersi con presunzione sembra la scelta più facile, ma abbiate anche il coraggio di credere in voi stessi quando, nei contesti più perfidi, la fiducia nel successo verrà meno. Abbandonate il binomio di amore e odio che si palesa in base alla situazione e all’interlocutore. Siate autentici, siate solo amore. L’università rappresenta il trampolino di lancio per ognuno di noi studenti, condividiamolo come un’opportunità comune in direzione dei nostri sogni, rifiutando la malsana competizione dinanzi a cui lo studio ci pone. E con scrupolo e dedizione, proprio quei principi che ci inculcano sin da bambini, premuriamoci di attribuire un peso a gesti, pensieri e parole e salviamoci vicendevolmente la vita.