di Alessandro Lipera
Ottant’anni dopo la nascita dell’Autonomia Siciliana, la domanda che dovremmo porci non è soltanto cosa abbia rappresentato quello Statuto per la nostra storia, ma soprattutto cosa possa ancora rappresentare per il nostro futuro.
L’Autonomia non può ridursi a una celebrazione rituale o a un ricordo da custodire una volta l’anno. Deve tornare ad essere una scelta politica concreta, una responsabilità quotidiana e, soprattutto, uno strumento di riscatto per una terra che troppo spesso è stata dimenticata o considerata periferica rispetto ai grandi centri decisionali nazionali ed europei.
Oggi la Sicilia ha bisogno di una nuova stagione autonomista. Non di slogan vuoti o nostalgie sterili, ma di una visione moderna e coraggiosa capace di mettere finalmente al centro i Siciliani e gli interessi della Sicilia.
Per troppo tempo il Mezzogiorno è stato trattato come un problema da amministrare anziché come una risorsa strategica per il Paese. La politica nazionale continua spesso a ruotare attorno agli interessi del Nord Italia, mentre il Sud e la Sicilia vengono lasciati indietro sui temi fondamentali: infrastrutture, lavoro, sanità, trasporti, sviluppo industriale e tutela delle imprese.
Eppure la Sicilia possiede tutto ciò che servirebbe per diventare uno dei principali motori economici del Mediterraneo: una posizione geografica strategica, una storia millenaria, un patrimonio culturale unico, eccellenze professionali e imprenditoriali, giovani di straordinario talento e una enorme comunità di siciliani sparsi nel mondo.
Quello che spesso manca è il coraggio politico di credere davvero nelle potenzialità di questa terra.
Essere siciliani oggi significa innanzitutto pretendere una Sicilia capace di decidere il proprio futuro. Significa rivendicare il diritto di costruire politiche economiche, fiscali e sociali adatte alla nostra realtà, senza subire modelli pensati per territori completamente diversi dal nostro.
Serve una Sicilia che investa seriamente nelle infrastrutture moderne, nei collegamenti efficienti, nel recupero delle periferie urbane, nella sanità pubblica, nel diritto allo studio e nel diritto al lavoro. Una Sicilia che smetta di vivere soltanto di assistenzialismo e che torni invece a puntare sulle imprese, sui giovani, sul merito e sulla competenza.
Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente: amministratori, professionisti, donne e giovani liberi da logiche clientelari e dai sistemi degli “amici degli amici”. Una classe dirigente capace di dire no agli interessi di pochi e sì al rinnovamento.
Anche l’Europa dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze di alcune politiche che negli anni hanno penalizzato settori fondamentali per la Sicilia, come l’agricoltura e la pesca. Difendere l’Autonomia significa anche difendere il tessuto produttivo siciliano e garantire condizioni che consentano alle nostre imprese di competere realmente.
La Sicilia non può continuare ad essere una terra dalla quale si parte. Deve diventare una terra nella quale si sceglie di restare e di tornare. Dobbiamo creare le condizioni per attrarre investimenti dall’estero, richiamare i tanti siciliani emigrati e valorizzare persino le comunità di italo-discendenti che nel mondo continuano a mantenere vivo il legame con questa terra.
La Sicilia non deve essere il “Portogallo o la Grecia d’Italia”.
Deve ambire a diventare la Catalogna del Mediterraneo, la Baviera del Sud Europa: una regione forte, moderna, produttiva e orgogliosa della propria identità.
Perché soltanto una Sicilia più libera potrà essere una Sicilia più forte. E soltanto una Sicilia più forte potrà garantire ai propri figli il diritto di vivere, lavorare e sognare nella propria terra.










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