
Orazio Vasta
Era un sabato pomeggio, mancava qualche minuto alle ore 18 del 23 maggio 1992:
mi trovavo a Bagheria per il mio giornale – allora ero corrispondente per il settimanale “Il Paese” di Modena – quando ho avvertito perfettamente il tremore sotto i piedi:
fra Capaci e Isola delle Femmine, l’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia di Erice aveva registrato una scossa di terremoto, pari al terzo grado della scala Mercalli.
Alle ore 17:58, presso il chilometro 5 dell’autostrada A 29, una carica di oltre cinque quintali di tritolo, posizionata in un tunnel scavato sotto la sede autostradale nei pressi dello svincolo di Capaci, azionata attraverso un telecomando, provocava un’esplosione “vulcanica” e una voragine enorme sull’autostrada che spezzò la vita a Giovanni Falcone, magistrato, Francesca Morvillo, magistrato e moglie di Falcone; Vito Schifani , Rocco Dicillo e di Antonio Montinaro agenti della Polizia di Stato.
Non è stato possibile immediatemente il luogo del “botto”. Successivamente sul luogo della strage ci sono arrivato insieme al mio amico Mario Gatto che nutre una forte passione per la fotografia e siamo riusciti a raggiungere quel luogo attraverso un varco, denominato “Il passaggio della lepre”.
A distanza di 34 anni ricordo che riuscivo con grande fatica a trattenere la rabbia, e ricordo che continuavo a dire a me stesso, a bassa voce, “Tutto questo non è solo mafia, no! E' uno scenario di guerra!".
Infatti, a Capaci si è consumata una delle stragi della "TRATTATIVA MAFIA-STATO".










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