Alessandro Lipera
L’arrivo di Futuro Nazionale in Sicilia apre inevitabilmente una domanda politica: il movimento del Generale Roberto Vannacci punta davvero a occupare quello spazio lasciato scoperto dagli attuali partiti che governano l’Italia? Probabilmente sì. Ma la Sicilia, come spesso accade, non è assimilabile al resto del Paese. Qui la politica segue dinamiche proprie, antiche e profondamente radicate. Da oltre ottant’anni l’Isola è un laboratorio politico permanente, nel bene e nel male. Un dato con cui ogni leader nazionale è costretto a confrontarsi. Per certi versi, l’attuale tournée siciliana di Vannacci ricorda altri inizi politici vissuti sull’Isola. Viene in mente la traversata a nuoto di Beppe Grillo oppure le visite di Matteo Salvini al CARA di Mineo insieme al compianto Angelo Attaguile, quando si parlava di una “Lega dei territori” che prometteva di non trasformarsi nell’ennesimo rifugio per professionisti della politica. La storia, però, racconta altro. Nel caso del Movimento 5 Stelle, l’anti-casta è finita per saldarsi al sistema del potere nazionale.
Nel caso della Lega in Sicilia, il risultato è stato un modello politico che oggi trova una delle sue espressioni più controverse nel governo regionale guidato da Renato Schifani: una stagione segnata da polemiche, trasformismi e da una classe dirigente spesso più impegnata nella gestione di equilibri personali che nella costruzione di vere politiche pubbliche. Ed è qui che inizia la vera sfida per Vannacci. Ogni volta che un nuovo soggetto politico nazionale arriva in Sicilia si ripete lo stesso copione: nascono circoli, club, coordinamenti e improvvisi entusiasmi identitari. Tutti promettono di liberare l’Isola dai suoi ascari. Poi arriva il leader nazionale. E con lui comincia la commedia: selfie, gare di fedeltà, corsa alle candidature e tentativi di isolamento dei profili più competenti da parte di chi considera la politica una scorciatoia verso un seggio o una rendita personale. Alla fine, quasi sempre, il leader del momento si affida all’“usato sicuro”: gli stessi nomi e le stesse reti di potere che aveva promesso di combattere.
Ed è lì che ogni rivoluzione annunciata si trasforma nell’ennesima occasione perduta. Per questo, se davvero Vannacci vuole costruire qualcosa di diverso in Sicilia, dovrebbe partire da un principio semplice: considerare l’Isola non come una periferia elettorale da utilizzare, ma come una realtà strategica del Mediterraneo.
Più autonomia, meno centralismo (sia romano, che europeo). Più investimenti in infrastrutture, lavoro e imprese locali. Più merito e meno fedeltà personali. Perché il consenso vero, in Sicilia, non si costruisce con il marketing politico, ma restituendo ai giovani il diritto di restare nella propria terra e valorizzando – in maniera anche trasversale – una politica siciliana che ha avuto riferimenti indimenticabili come Silvio Milazzo o Piersanti Mattarella, ma anche Nino Buttafuoco e Pio La Torre. Alessandro Lipera










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