di Angioletta Massimino
Catania e Palermo oggi sembrano due città che avanzano sul bordo di una frattura, una linea sottile che separa la normalità dalla crisi e che ogni giorno si assottiglia di più.
Le pagine del quotidiano ‘La Sicilia’ restituiscono un quadro che non è più cronaca nera ma radiografia sociale: a Catania due sparatorie in meno di dodici ore, una in via Palermo e l’altra in via Fratelli D’Antona, mentre nei quartieri di San Berillo e San Cristoforo si susseguono operazioni straordinarie contro droga, abusivismo, allacci illegali, microcriminalità diffusa.
Una città che vive in uno stato di allerta permanente, dove la presenza delle Forze dell’Ordine è diventata l’unico argine visibile a un degrado che avanza più velocemente della capacità politica di comprenderlo.
Palermo non è messa meglio: tre arresti per un giro di prostituzione nel centro cittadino, oltre 120mila euro sequestrati, controlli serrati a Partinico su armi, droga e sale scommesse.
Due territori diversi, due storie diverse, ma un’unica traiettoria: la criminalità che si riorganizza, il tessuto sociale che si sfibra, le Istituzioni che inseguono gli eventi invece di anticiparli.
Il dato politico è evidente e inquietante!
A Catania, di fronte a un’escalation così evidente, l’amministrazione comunale ha scelto il silenzio. Nessuna dichiarazione, nessuna analisi, nessuna assunzione di responsabilità.
Un vuoto che non è solo comunicativo ma strategico: quando la politica non parla, non interpreta, non guida, la città resta senza direzione. E in quel vuoto si infilano paura, sfiducia, percezione di abbandono.
Palermo mostra cosa accade quando questo silenzio diventa sistema: anni di sottovalutazioni hanno prodotto un territorio dove la criminalità ha occupato gli spazi lasciati liberi dalla politica, trasformando l’eccezione in normalità.
Catania rischia lo stesso destino. Le Forze dell’Ordine stanno facendo la loro parte con un’intensità che raramente si era vista negli ultimi anni, ma non possono sostituirsi alla politica. Perché la sicurezza non è solo repressione, è visione, è prevenzione, è capacità di leggere i segnali prima che diventino emergenza. E oggi i segnali ci sono tutti: quartieri che si chiudono su se stessi, economie illegali che si espandono, giovani che trovano nella criminalità un’alternativa alla marginalità, cittadini che vivono tra rassegnazione e paura.
La domanda che attraversa Catania e Palermo è la stessa: dove sono le Istituzioni? Perché non parlano? Perché non spiegano cosa sta accadendo e cosa intendono fare?
La sicurezza non è un tema tecnico, è un tema politico, è la base minima per una comunità che vuole crescere, attrarre investimenti, proteggere le famiglie. Quando questa base vacilla, vacilla tutto il resto. E oggi, in Sicilia, quella base è più fragile che mai.
La sensazione è che le due città stiano chiedendo la stessa cosa: una politica che torni a essere guida, non spettatrice. Perché quando la politica tace, la realtà prende il sopravvento. E non sempre è una realtà che si può controllare.
fonte: www.quotidianocontribuenti.com










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