di Alessandro Lipera
Dopo i ballottaggi, nel centrodestra siciliano è scattata la caccia al colpevole. E, come spesso accade, il dito è finito subito contro il presidente della Regione, Renato Schifani (che potremmo chiamare anche Saro Falsaperla, tanto poco cambierebbe). C’è chi ne mette in discussione la leadership, chi ne contesta le scelte e chi lo considera il principale responsabile delle difficoltà emerse dalle urne.
Ma, prima di trasformarlo nel capro espiatorio di giornata, una domanda sorge spontanea: chi lo ha scelto?
La storia è storia e merita di essere ricordata. Schifani non è arrivato a Palazzo d’Orléans per caso, né per effetto di misteriose alchimie politiche o di chissà quale moto popolare.
Al contrario, è stato indicato, sostenuto e portato alla vittoria dagli stessi che oggi, più o meno apertamente, ne criticano l’operato.
Per questo il dibattito rischia di essere fuorviante. Perché il problema non è soltanto Schifani. E forse non è nemmeno il centrodestra.
Schifani è, in fondo, il prodotto di un meccanismo che la scienza politica individua nelle regole attraverso cui i voti si trasformano in seggi: il sistema elettorale.
Ed è proprio qui che si annida il vero nodo della questione. Ammesso e non concesso che, ai sensi dell’articolo 6 dello Statuto siciliano, «i deputati regionali rappresentano l’intera Regione», all’Assemblea Regionale Siciliana potrebbe restare un ultimo scatto d’orgoglio: porre le basi per una riforma destinata a incidere sul futuro dell’Isola.
Da anni si racconta ai siciliani che il presidente della Regione venga eletto direttamente dal popolo. In realtà si tratta soltanto di una mezza verità.
Il presidente non si presenta mai da solo al giudizio degli elettori. È il candidato di una coalizione, sostenuto da liste collegate che ne alimentano il consenso e, allo stesso tempo, ne condizionano inevitabilmente l’azione politica. Il cosiddetto voto diretto è, in larga misura, un voto di coalizione, caratterizzato da un forte effetto di trascinamento che le liste elettorali conferiscono al candidato.
Infatti, Schifani fu scelto proprio perché metteva d’accordo a tutti e non faceva ombra a nessuno, del resto, sono ormai lontani i tempi in cui il candidato presidente coincideva con il leader del partito più forte della coalizione.
Ecco perché ogni stagione politica finisce per seguire lo stesso copione: dopo la vittoria iniziano le trattative; dopo pochi mesi emergono i malumori; al primo segnale di difficoltà prende avvio il regolamento di conti interno. Le questioni politiche passano in secondo piano e a prevalere sono gli interessi particolari, con il conseguente rafforzamento di pratiche di asservimento politico che poco hanno a che vedere con il progresso e lo sviluppo della Sicilia.
La vera rivoluzione, dunque, non passa dall’ennesimo cambio di leadership, ma da una profonda riforma delle regole del gioco. E il punto è proprio questo: la Sicilia, grazie alla propria autonomia, può farlo.
Anzi, potrebbe persino anticipare i tempi e svolgere un ruolo pionieristico per l’intero Paese, come accadde nel 1993 con l’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci.
A parere di chi scrive, la strada da percorrere dovrebbe essere quella del doppio turno sul modello francese. Due schede separate, o meglio ancora due distinti momenti elettorali: uno per eleggere il presidente della Regione e un ulteriore per selezionare i componenti dell’Assemblea Regionale.
Questi ultimi andrebbero eletti all’interno di collegi territoriali di dimensioni contenute, corrispondenti al numero dei deputati regionali da eleggere, con eventuale ballottaggio tra i candidati più votati.
In questo modo il presidente sarebbe davvero scelto dai cittadini, mentre gli “onorevoli” risponderebbero ai territori e non ai propri piccoli — ma spesso decisivi — grandi elettori.
Finché ciò non accadrà, ogni crisi continuerà a essere raccontata come il fallimento di un singolo uomo. Quando, in realtà, il problema risiede da tempo nel meccanismo che lo ha portato al potere.










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