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Sant'Agata, anno straordinario: ma di chi è davvero la Festa?

2026-08-18 11:25

Agenzia Sicrapress

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Sant'Agata, anno straordinario: ma di chi è davvero la Festa?

Dalla fotografia del sindaco che ha baciato il Santo Cranio alle transenne che hanno impedito l'accesso in piazza Duomo: perplesso il popolo di Agata

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di Fabrizio Lanzafame
 

Oggi, 18 agosto 2026, Catania chiude ufficialmente l’Anno Giubilare Agatino, dedicato ai novecento anni dal ritorno delle reliquie di Sant’Agata da Costantinopoli, avvenuto il 17 agosto del 1126.
Si chiude così un anno che, sotto moltissimi punti di vista, resterà nella storia della nostra città.
Un anno nel quale Catania ha avuto la possibilità di riscoprire la propria Patrona attraverso la storia, la fede, l’arte, la cultura e, soprattutto, la devozione popolare.
E sarebbe ingeneroso non riconoscere quanto di straordinario è stato realizzato.


Il magistrale restauro del Busto Reliquiario e del Velo di Sant’Agata, eseguito dagli specialisti della Direzione dei Musei e dei Beni Culturali del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, rappresenta certamente una delle pagine più importanti di questo Giubileo.
Un lavoro delicatissimo che ha restituito al Busto la sua straordinaria bellezza, valorizzandone le cromie e restituendo nuova luce a quello che rappresenta uno dei più importanti capolavori dell’oreficeria sacra medievale.
E poi la ricognizione del Sacro Cranio.
La sua ostensione.
La possibilità, per migliaia di fedeli, di poter vedere da vicino quella reliquia che normalmente rimane custodita all’interno del Busto.


Un momento di straordinaria intensità spirituale, conclusosi ieri con la ricollocazione del Cranio all’interno del reliquiario restaurato.
Sono pagine che rimarranno nella memoria di Catania.


Ma proprio ieri, attorno al Sacro Cranio, è nata anche una polemica.
Una fotografia circolata sul web ha provocato reazioni politiche e discussioni per il gesto attribuito al sindaco di Catania, Enrico Trantino, ritratto mentre si accosta con un bacio alla sacra reliquia.
Anche l’Arcivescovo Mons. Luigi Renna, nel momento della ricollocazione del Cranio all’interno del Busto, ha compiuto un gesto definito di  “devozione”.


E qui vorrei essere molto chiaro.
Non è una questione di sindaco.
Non è una questione politica.
Non è una questione di maggioranza o opposizione.
E non sarebbe cambiato nulla se al posto del sindaco ci fosse stato un cardinale, un vescovo, un ministro o persino il Papa.
La mia riflessione riguarda esclusivamente il gesto.


Io sono devotissimo a Sant’Agata, come lo sono tantissimi catanesi e tantissimi devoti che arrivano ogni anno da ogni parte della Sicilia e del mondo.
E proprio perché conosco e rispetto profondamente questa devozione, credo sia possibile porsi delle domande senza per questo mettere in discussione la fede di nessuno.
Per alcuni fedeli, il bacio a una reliquia può rappresentare una forma antica e sincera di venerazione.
Per altri, invece, soprattutto davanti a una reliquia come il cranio, può apparire un gesto dalle connotazioni macabre e anacronistiche, più vicino a sensibilità medievali che alla sensibilità religiosa contemporanea.
Ma il punto non è stabilire chi abbia ragione.
Il punto è capire come la devozione possa essere vissuta oggi senza perdere la propria profondità e senza trasformarsi in una rappresentazione esteriore della fede.


Sant’Agata, del resto, non ha bisogno di gesti spettacolari.
Ha bisogno del cuore dei suoi devoti.
E proprio qui arriviamo alla questione che, a mio avviso, dovrebbe accompagnare il bilancio di questo Giubileo.
Il popolo.
Perché Sant’Agata è del popolo.
Lo è stata 900 anni fa.
E lo è ancora oggi.
La grande marea di uomini e donne che nei giorni scorsi si è riversata per le strade di Catania, aspettando idealmente il ritorno delle reliquie come accadde nove secoli fa, è stata forse la fotografia più autentica e più emozionante di questo anniversario.
Lì ho rivisto Catania.
Lì ho rivisto il popolo.
Lì ho rivisto quella Catania che sa commuoversi, pregare, aspettare.
Lì ho visto uomini e donne arrivare all’alba.
Ho visto devoti con il sacco.
Ho visto famiglie.
Ho visto anziani.
Ho visto bambini.
Ho visto gente che forse non conosce tutti i protocolli, tutte le regole e tutte le disposizioni, ma conosce perfettamente una cosa:
Sant’Agata.
È stato quello, per me, il momento più emozionante.
Non le autorità.
Non le prime file.
Non i ruoli istituzionali.
Non le transenne.
Il popolo.
Perché senza quel popolo, Sant’Agata sarebbe soltanto una splendida reliquia custodita dentro un magnifico reliquiario.
È il popolo che nei secoli ha trasformato una devozione in una delle più grandi espressioni religiose, culturali e identitarie d’Europa.
E allora qualche domanda bisogna pur farsela.
È davvero questa la festa che vogliamo consegnare alle future generazioni?
Una festa sempre più difficile da vivere fisicamente?
Una festa nella quale entrare, uscire, camminare, fermarsi, pregare e semplicemente stare accanto alla propria famiglia diventa un’impresa?
Io ero lì.
In mezzo alla folla.
E ho visto famiglie rinunciare.
Ho visto persone cercare un varco.
Ho visto mamme con bambini in braccio affrontare caldo e ressa.
Ho visto anziani costretti a fermarsi.
Ho visto percorsi obbligati, transenne e spazi sempre più difficili da attraversare.
E quando le temperature arrivano a livelli elevati, una folla compressa all’interno di percorsi delimitati può diventare una situazione estremamente pesante, soprattutto per bambini, anziani e persone fragili.
Sia chiaro: la sicurezza viene prima di tutto.
Nessuno può metterla in discussione.
Ma sicurezza e partecipazione popolare non devono necessariamente essere nemiche.
Una festa religiosa può essere sicura e, allo stesso tempo, accessibile.
Può essere organizzata senza trasformare il cittadino in uno spettatore.
Perché Sant’Agata non è uno spettacolo.
Sant’Agata è una devozione.
Sant’Agata è Catania.
Ed è proprio in questo rapporto tra festa e popolo che emerge, secondo me, una delle grandi assenze di questo Giubileo.
I Cerei
O, come vengono chiamati nella tradizione, le Candelore.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma 900 anni fa le Candelore, così come le conosciamo oggi, non esistevano”.
È vero.
Ma credo che questo ragionamento non sia sufficiente.
Perché questo Giubileo non è stato soltanto la ricostruzione archeologica di ciò che accadde nel 1126.
È stato un anno dedicato alla storia del culto agatino, alla sua evoluzione e a tutto ciò che, nei secoli, è diventato parte integrante dell’identità della festa.
E le Candelore fanno pienamente parte di questa storia.
La stessa tradizione cittadina considera ormai la Festa di Sant’Agata inscindibile dalla presenza dei Cerei.
Le Candelore sono espressione delle antiche corporazioni, dei mestieri, dei quartieri e delle comunità cittadine.
Sono arte.
Sono devozione.
Sono fatica.
Sono identità.
Sono popolo.
E soprattutto sono luce.
Sono quello straordinario “Barocco in movimento” che accompagna la festa e che, nei secoli, è diventato uno dei simboli più riconoscibili di Catania.
Le fonti storiche ricordano che nel 1514 i Cerei erano addirittura 22 e nel 1674 arrivarono a 28.
Dopo il terremoto del 1693, la tradizione assunse caratteristiche sempre più legate al grande linguaggio del Barocco siciliano, fino a trasformarsi in quella straordinaria espressione artistica e popolare che oggi conosciamo.
Quindi sì.
900 anni fa probabilmente le Candelore non esistevano nella forma attuale.
Ma Sant’Agata non è rimasta ferma al 1126.
Il culto è cresciuto.
La devozione è cresciuta.
La città è cambiata.
Sono cambiati i linguaggi.
Sono cambiate le tradizioni.
E proprio attraverso questo processo storico le Candelore sono diventate parte integrante della festa.
Il Busto.
Il Fercolo.
Il sacco.
Le Candelore.
Sono tutti elementi di una storia che nei secoli si è costruita e sedimentata.
E allora la domanda diventa inevitabile:
perché proprio nel Giubileo dei 900 anni le Candelore sono rimaste fuori dal racconto?
Perché abbiamo celebrato il ritorno delle reliquie.
Abbiamo mostrato il Sacro Cranio.
Abbiamo restaurato il Busto.
Abbiamo ricordato il viaggio da Costantinopoli.
Abbiamo rievocato il popolo che attese il ritorno della propria Santa.
Ma...
dov’erano i Cerei?
Dov’era quella luce che da secoli accompagna Sant’Agata?
Dov’era quel Barocco in movimento che rappresenta una delle espressioni più autentiche della devozione popolare catanese?
E soprattutto:
chi ha deciso di non inserirli in questo grande racconto?
È una domanda che rivolgo a chi ha costruito il programma delle celebrazioni.
Non per accusare.
Non per fare polemica.
Ma per capire.
Perché escludere le Candelore?
Per problemi logistici?
Per motivi di sicurezza?
Per difficoltà organizzative?
Per una precisa scelta culturale?
Oppure semplicemente perché nessuno ha pensato che potessero avere un ruolo?
Qualunque sia la risposta, credo che i catanesi abbiano il diritto di conoscerla.
Perché le Candelore non sono semplicemente grandi ceri da fotografare il 3, il 4 o il 5 febbraio.
Sono la rappresentazione visibile di una città che si mette in cammino.
Sono il lavoro degli artigiani.
Sono la forza dei portatori.
Sono l’annacata.
Sono la musica delle bande.
Sono le botteghe.
Sono i quartieri.
Sono le famiglie.
Sono la gente.
E proprio per questo mi sarebbe piaciuto vederle protagoniste almeno di una parte del Giubileo.
Non necessariamente in processione.
Comprendo perfettamente le esigenze di sicurezza e organizzative.
Ma davvero non sarebbe stato possibile, per alcuni giorni, esporre i Cerei nel cuore del centro storico?
Piazza Università.
Piazza Stesicoro.
Piazza Mazzini.
Una grande piazza trasformata simbolicamente nella “Piazza della Luce”.
Le Candelore riunite.
Illuminate.
Raccontate.
Spiegate.
Un museo a cielo aperto.
Un'esposizione capace di raccontare ai catanesi e ai visitatori non soltanto la storia del Busto e delle reliquie, ma anche quella straordinaria tradizione popolare cresciuta attorno a Sant’Agata nei secoli.
E soprattutto sarebbe stato un messaggio.
Un messaggio di luce e di speranza.
Perché la Candelora è luce.
E cosa poteva esserci di più bello, nel Giubileo del ritorno delle reliquie, che vedere quella luce nuovamente accesa nel cuore di Catania?
Tutte insieme.
Silenziose.
Immobili.
Senza necessariamente essere portate a spalla.
Semplicemente presenti.
Come a dire:
“Noi ci siamo”.
Forse proprio quel silenzio dei Cerei, durante questo Giubileo, è stato il rumore più forte.
Ma la questione delle Candelore si lega inevitabilmente a quella più generale del rapporto tra la festa e il popolo.
Perché io credo che questo Giubileo ci abbia lasciato una grande lezione.
La festa non può essere soltanto una macchina organizzativa.
Non può essere soltanto sicurezza, transenne, percorsi, protocolli, autorità e prime file.
Deve esserci anche la gente.
Deve esserci la possibilità di camminare.
Di pregare.
Di fermarsi.
Di vivere un momento con la propria famiglia.
Di portare un bambino a vedere Sant’Agata.
Di far capire a quel bambino perché sua nonna, davanti al Busto, si commuove.
Di permettere a un anziano di fermarsi e recitare una preghiera.
Di lasciare a un devoto la possibilità di sentirsi parte della festa.
Perché una festa senza il popolo rischia di diventare soltanto un evento.
E Sant’Agata non è un evento.
Dove stiamo portando Sant’Agata?
Perché non possiamo permettere che, anno dopo anno, la festa perda i suoi sapori, i suoi colori e le sue tradizioni.
Questo Giubileo ci ha regalato momenti indimenticabili.
La presenza del Cardinale Pietro Parolin, Legato Pontificio, ha dato alle celebrazioni una dimensione ecclesiale universale.
La veglia ad Aci Castello ha ricordato il luogo dello sbarco delle reliquie.
Il pellegrinaggio dell’alba ha rievocato simbolicamente il ritorno del 1126.
Il Busto è tornato a splendere grazie agli specialisti dei Musei Vaticani.
Il Sacro Cranio è stato ricollocato nella sua custodia.
Sono pagine che rimarranno nella storia.
Ma proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di guardare avanti.
Sant’Agata tornerà ogni anno.
E allora impariamo da questo Giubileo.
Impariamo che la sicurezza deve convivere con la partecipazione.
Che le autorità devono stare accanto al popolo.
Che le tradizioni non sono un ostacolo alla modernità.
Che le Candelore non sono semplicemente opere d’arte da fotografare, ma rappresentano una parte dell’anima della festa.
Che le famiglie devono poter vivere Sant’Agata.
Che un bambino deve poter crescere imparando ad amare la propria Patrona.
Che un anziano deve poter dire una preghiera senza sentirsi escluso.
Che un devoto deve poter camminare.
Che Catania deve poter riconoscere se stessa.
E soprattutto ricordiamoci una cosa.
Sant’Agata non appartiene alle istituzioni.
Non appartiene alla politica.
Non appartiene alla Curia.
Non appartiene ai comitati.
Non appartiene alle autorità.
Sant’Agata appartiene alla fede del suo popolo.
A quelle migliaia di persone che ogni anno accendono una candela.
A chi entra in Cattedrale e non chiede nulla.
A chi indossa il sacco.
A chi segue il Fercolo.
A chi porta una Candelora.
A chi viene da lontano.
A chi non può più camminare ma vuole esserci.
A chi porta un bambino sulle spalle.
A chi, anche soltanto per un istante, alza gli occhi verso il Busto e dice:
«Sant’Aituzza mia, aiutami».
È lì che vive davvero Sant’Agata.
Non nelle polemiche.
Non nelle fotografie.
Non nei ruoli istituzionali.
Non nelle prime file.
Nel cuore della gente.
E allora, mentre oggi si chiude ufficialmente questo Anno Giubilare, vorrei che restasse una parola.
Una parola che abbiamo sentito tante volte.
Ma che forse dobbiamo tornare a pronunciare con maggiore convinzione.
Cittadini.
Perché la Festa di Sant’Agata torni ad essere, prima di tutto, una festa di popolo.
Una festa che sappia coniugare fede e sicurezza, tradizione e futuro, autorità e partecipazione.
Una festa nella quale nessuno debba sentirsi ospite.
Perché a casa propria non si è ospiti.
E Catania, quando Sant’Agata torna tra le sue strade, è casa.
E allora, magari, il prossimo grande appuntamento agatino potrebbe insegnarci qualcosa.
Che le tradizioni non devono essere messe da parte per paura di non essere compatibili con la modernità.
Che la sicurezza può essere progettata senza cancellare l'anima della festa.
Che il popolo non deve essere soltanto colui che guarda.
Deve essere colui che partecipa.
E che le Candelore, quelle grandi luci che da secoli accompagnano Sant’Agata, devono tornare ad avere il posto che meritano.
Perché sono diventate Barocco.
Sono diventate tradizione.
Sono diventate identità.
Sono diventate memoria.
Sono diventate popolo.
E forse il messaggio più bello che potevamo lasciare in questo Giubileo sarebbe stato proprio quello di vedere quelle grandi luci accese nel cuore di Catania.
Luci di fede.
Luci di speranza.
Luci di tradizione.
Luci di popolo.
Perché abbiamo celebrato 900 anni di storia.
Adesso dobbiamo avere il coraggio di chiederci quale storia vogliamo consegnare ai prossimi secoli.
E io una risposta ce l’ho.
Una Catania nella quale Sant’Agata torni a essere pienamente la festa di tutti.
Dove le autorità siano accanto al popolo.
Dove la sicurezza non diventi distanza.
Dove le famiglie possano vivere la festa.
Dove le tradizioni non vengano considerate un ostacolo.
Dove le Candelore tornino a illuminare le strade.
E dove, ancora una volta, il cuore di Catania possa battere insieme.
Cittadini.
Evviva Sant’Agata.
Evviva le Candelore.
Evviva il popolo catanese.
Evviva Catania.


Fabrizio Lanzafame

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