Mauro Crisafulli*
Un potere silenzioso che soffoca economia, politica e società. Invisibile agli occhi, ma presente ovunque
A Catania il volto della mafia è cambiato. Non ci sono più i raid armati, i cadaveri sulle strade, le guerre di sangue che segnarono gli anni Ottanta e Novanta. Quella stagione sembra archiviata, e con essa l’illusione che la violenza visibile fosse l’unico modo per misurare la forza dei clan.
Oggi, invece, la mafia non ha bisogno di sparare (a parte gli ultimi raid contro vetrine e saracinesche...) preferisce governare nell’ombra.
Non è un potere eclatante, ma pervasivo. Non cerca la ribalta delle cronache, ma la stabilità dei bilanci. È una mafia che parla il linguaggio dell’economia, che conosce i meccanismi della finanza, che si muove tra gare d’appalto e Consigli di amministrazione con la stessa disinvoltura con cui un tempo occupava i quartieri popolari. Non più minacce urlate, ma pressioni silenziose; non più la lupara, ma i contratti truccati, i prestanome, i capitali riciclati.
La forza di questa nuova mafia è la sua invisibilità. Una criminalità che non insanguina le strade rischia di sembrare meno minacciosa. Ma è proprio questa sua capacità di non farsi vedere a renderla più insidiosa. Si insinua nelle imprese in difficoltà, acquisisce crediti, orienta le scelte, decide chi può lavorare e chi no. Non c’è il “pizzo” gridato, ma un tacito consenso che diventa regola del gioco. Un sistema in cui la legalità formale si piega a un controllo sostanziale delle cosche. Così interi settori economici finiscono sotto dominio occulto: dal commercio ittico alla grande distribuzione, dall’edilizia alle energie rinnovabili, dalla logistica ai trasporti. Non c’è comparto che sfugga alla tentazione di un guadagno facile o al rischio di un ricatto silenzioso.
E mentre la città produce, investe, costruisce, la mafia raccoglie dividendi nell’ombra.
Catania è diventata un laboratorio della criminalità economica. Qui la mafia si traveste da imprenditoria, stringe alleanze con professionisti compiacenti, dialoga con la politica. È un modello che funziona perché non scandalizza: non ci sono esplosioni, non ci sono omicidi. Ma ci sono aziende che chiudono perché soffocate dalla concorrenza sleale, giovani che emigrano perché il mercato è drogato, cittadini che vedono scivolare via opportunità e futuro.
Questa “governance mafiosa” non ha bisogno di bandiere né di proclami: le basta controllare i flussi economici. Un carico di pesce, una concessione edilizia, un appalto per servizi pubblici. La mafia non impone con la paura, ma con la normalizzazione dell’anomalia: diventa naturale pensare che senza una protezione non si possa lavorare, che senza un mediatore “vicino ai clan” non si possa ottenere un contratto.
La vera sfida è culturale. È rendere i cittadini consapevoli che questa mafia invisibile è più pericolosa di quella armata. Perché quando ti accorgi della sua presenza, spesso è già troppo tardi: è dentro i bilanci pubblici, nei consigli comunali, nei cantieri. Il rischio più grande è il silenzio. Una città che non vede, che non si indigna, che non parla, diventa complice involontaria. L’indifferenza è il miglior alleato della criminalità. Ma Catania non è solo questo. C’è una rete di associazioni, di insegnanti, di imprese coraggiose che scelgono di non piegarsi. C’è chi aderisce al consumo critico, chi denuncia, chi educa le nuove generazioni a riconoscere l’illegalità anche quando non fa rumore. È lì che si costruisce l’argine, nel coraggio quotidiano. Perché se la mafia governa, la cittadinanza consapevole può togliere consenso, spezzare complicità, riportare luce nei territori oscurati dal potere criminale.
*esperto politiche territoriali










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